Attacchi di panico e disturbi basati sulla paura

Attacchi di panico Bologna

Quando si parla di paura si fa riferimento non a una forma di patologia ma a una emozione psicobiologica: un'emozione fondamentale per la funzione adattiva che ricopre, allertando di fronte a reali pericoli e consentendo di fronteggiare le situazioni dopo averle riconosciute come minacciose. Tuttavia, quando la paura supera una certa soglia, rende l'essere umano limitato o bloccato e incapace di avere la reazione idonea nei confronti degli eventi da gestire, incatenandolo, addirittura, dentro la prigione del panico.

Ma quale è il criterio con il quale si può dire che la paura diventi patologia?

E' molto semplice, basta misurare quanto le nostre paure ci impediscono di vivere alcune situazioni (paura dell'acqua, paura di volare, paura dei luoghi chiusi, paura dei ragni) o di vivere la maggioranza delle esperienze (sindrome di attacco di panico, agorafobia, ossessioni compulsive); in altre parole, basta misurare quanto ci impediscono di realizzare i nostri desideri o le nostre capacità. Diventa, quindi, tanto più patologica quanto più limita o genera impedimenti nell'esistenza della persona.

Ma come si forma una patologia fobica?

Può sembrare paradossale ma come diceva il letterato Cioran, “il pauroso edifica i suoi terrori e poi vi si installa”. Cosa vuol dire? Parrà molto strano, ma ogni persona, senza rendersene conto, costruisce la trappola nella quale poi entra e dalla quale non riesce più a uscire da solo. Spesso, chi soffre di un disturbo basato sulla paura (una fobia, una sindrome da attacchi di panico) tende a mettere in atto la strategia comportamentale dell'evitamento, evitando tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate all'insorgere della incontrollabile paura. Tuttavia, ogni evitamento conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l'evitamento successivo, incrementando nella persona la sfiducia nelle proprie risorse e l'intensità della reazione fobica e generando, così, una trappola micidiale a spirale da cui la persona non riesce a uscire. Un'altra strategia di presunta gestione della  paura che in realtà va ad alimentare ciò che intende eliminare, consiste nella richiesta di aiuto. La persona chiede che qualcuno la accompagni o la sostenga in alcune o diverse situazioni, cosicché possa intervenire in caso di panico o di perdita di controllo. Tuttavia, seppure un iniziale effetto rassicurante, questa strategia produce un aggravamento della paura e dei suoi effetti limitanti e sintomatici, dato che la persona sente confermata  la sua incapacità di fronteggiare le situazioni, arrivando a scenari in cui sente di non essere più in grado di stare da sola. Va da sé che, se, sulla scia della paura, si inizia ad evitare le situazioni e chiedere sistematicamente aiuto all'esterno, nell'arco di qualche mese si assisterà alla costruzione di una vera patologia fobica (Nardone, 2003). Attraverso quelle tentate soluzioni, con cui si pensava di gestire la paura si arriva a costruire la realtà che poi si finisce ineluttabilmente per subire.

Nelle persone affette da attacchi di panico, a queste due strategie comportamentali, tipiche dei copioni comportamentali dei soggetti fobici, si aggiunge una terza strategia, la ricerca del sempre maggior controllo: la persona tende a controllare le  proprie reazioni fisiologiche e comportamentali, dell'organismo e della mente, e a cercare di controllare la realtà circostante, ma è proprio l'eccesso di controllo che fa perdere il controllo. Inoltre, è infatti per es. la eccessiva concentrazione su  funzioni organiche spontanee come il battito cardiaco a alterarne l'andamento percepito come eccessivamente catastrofico (muoio, impazzisco, soccombo), innescando una rapidissima escalation che si autoalimenta producendo una vera crisi di panico.

E' chiaro come atteggiamenti, pensieri e comportamenti che le persone mettono in atto con l'idea di ridurre o gestire la situazione temuta, finiscono  in realtà per strutturarsi in tentativi disfunzionali che complicano il problema, lo consolidano anziché risolverlo.

Per quanto si cerchi volontariamente di superare una paura pervasiva, più ci si sforza di non avere paura, più la paura aumenta, poiché la persona si trova dentro una trappola da cui è difficile uscire da solo. E' qui che si inserisce la necessità di un lavoro terapeutico, che miri a comprendere e destrutturare la modalità con cui si è costruito il disturbo (anche con l'impiego di esperienze concrete), che colga la funzione adattiva-disadattiva e i significati che il sintomo assume nella vita della persona e nelle relazioni e che, infine, miri al recupero della fiducia nelle proprie capacità  e risorse personali.

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